giovedì 21 aprile 2016

"Milano a ferro e fuoco per proteggere i no Expo" Il Viminale ammette

La «strategia» adottata per evitare il peggio, evocata da più parti subito dopo la guerriglia urbana nel giorno dell'inaugurazione dell'Esposizione, è messa per la prima volta nero su bianco. A farlo è il ministero dell'Interno, per mano del legale Alberto Giua, nella richiesta di costituzione di parte civile davanti al gup di Milano Roberta Nunnari. Ieri infatti è partito il processo con rito abbreviato a quattro giovani (un quinto è latitante) accusati di devastazione, incendio e saccheggio e resistenza a pubblico ufficiale.
«Alla luce di episodi analoghi precedenti e/o successivi - scrive l'avvocato del Viminale - se i manifestanti hanno potuto, in qualche misura, scatenarsi, ciò è stato consentito dalle forze dell'ordine al fine di salvaguardare l'incolumità degli stessi imputati». Polizia e carabinieri dunque hanno lasciato che gli antagonisti mettessero a ferro e fuoco la città, per evitare che ci scappasse il morto. Poi però il ministero chiede il risarcimento dei danni all'immagine, a causa anche dell'«ampia risonanza mediatica» avuta dalle devastazioni, per 300mila euro. C'è stata, si legge nell'istanza, una «obiettiva perdita di prestigio, anche a livello internazionale, cagionata al ministero e una compromissione della credibilità, correttezza ed affidabilità dell'azione amministrativa davanti ai cittadini». Il Viminale avanza una seconda richiesta. Il risarcimento, in caso di condanna degli imputati, delle retribuzioni degli agenti che sono stati impegnati nelle indagini che hanno portato agli arresti del 12 novembre. Il ministero chiede danni patrimoniali per oltre 7.700 euro «a titolo di ore di lavoro straordinario prestate per attività investigativa» dall'indomani della manifestazione fino ai fermi.
Il gup ha ammesso l'Interno come parte civile solo in relazione al reato di resistenza. Accolta anche l'istanza, per la devastazione, di Unicredit. Per i danni a due filiali la banca chiede 870mila euro. Il giudice ha invece respinto la richiesta di integrazione delle prove avanzata dai difensori Eugenio Losco, Mauro Straini e Niccolò Vecchioni. Si trattava di una consulenza sui filmati di quella giornata. Il prossimo 5 maggio sono previsti la requisitoria del pm Piero Basilone e gli interventi degli avvocati di parte civile. Tra le parti offese ieri non si è presentato il Comune di Milano. Nonostante un indignato Giuliano Pisapia poche ore dopo le devastazioni avesse assicurato: «Ci costituiremo parte civile». Da Palazzo Marino si giustificano: la Procura non aveva avvertito del processo la nostra Avvocatura, ma valuteremo se presentarci alla prossima udienza. La sentenza del processo - il rito abbreviato prevede uno sconto di un terzo della pena - è attesa per il 6 giugno. Intanto ieri sono state rese pubbliche le motivazioni del niet della corte d'Appello di Atene all'estradizione in Italia di cinque greci fermati a Milano per gli stessi fatti. I giudici ellenici bacchettano gli inquirenti milanesi: «La responsabilità collettiva non è riconosciuta nel diritto penale greco». Come il reato di devastazione e saccheggio. Inoltre i fatti contestati sono puniti in Grecia con pene da sei mesi a cinque anni e «non è previsto l'arresto prima del processo». Infine: «Il ricercato (uno dei cinque, ndr) fermato a Milano il 2 maggio 2015 senza che gli venisse fatta alcuna accusa è stato trattato come se fosse indagato senza che però gli venissero riconosciuti i diritti minimi», ad esempio un interprete o un avvocato.
Il Giornale